(di noi)

da sincronie naturali sono mossi i corpi nelle strettoie del mattino
già pieno dei tuoi profumi, dei si appena schiusi e come i bianchi rotti delle calle
colti dalla mia bocca avida, da questo volersi senza misura
contemplata resurrezione della carne, attimo e giorno, silenzio e preghiera
genesi miracolosa continua del bacio, fecondazione dei nuovi si, necessità di noi
-guardiamoci intorno- di noi
Pubblicato in 2011 | 2 commenti

nota #3 del tempo che scorre

                                                    tre o quattro parole per definire questo scorrere d’assenze
                                                                                                          una sei tu, le altre il tutt’intorno
luna in posa e odore di caffè al centro di un’attesa
che ingabbia queste mani e piega il cielo su di me
non c’entra adesso tutto quel fuori
sono le pareti che schiacciano i silenzi per non far rumore
sul fuoco -da giorni- una cantilena


Pubblicato in 2011 | 2 commenti

nota # 2 del tempo che scorre

dimmi, avvicinati al chiaro in fondo
le mani dei sussurri sono quelle, si
di un tempo che vibra ciclamini e battiti
tempo torrente corsa senza rette
si muove un genio vicino alle grondaie
e cerca i muschi per un presepio di gigli
di cartone rosa. di piccole fessure
di orologi stanchi nelle risalite
un guado mi attende da qualche parte
una bocca, un nome
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(appartenenza)

saremo avemaria quando la notte leva al nostro cielo
e nel buongiorno, quattro biscotti in mano messi a torre (Leda Moncalieri)


li vedremo oscillare e cadere
nell’apparente lentezza del mattino
gli abbracci senza porte e diverremo stanza e mobili
soffitto e libro per avvicendarci appartenenze
non importa se alle dieci o a mezza notte


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dentro e fuori (# 6 dell’alba)

saranno residui di sogno a mostrare differenti i capelli
le anomalie dei si alle cinque del mattino
e tu stai lì ad ascoltare la sinfonia dell’ultimo fruscio di corpi
a ripensare al bacio esausto già coperto dall’orgoglioso caffè
mentre là fuori ci chiamano gli anni, le sostanze ipocrite
quei gesti fragili senza peso nelle facce di cartapesta
di chi non sa più cosa dire e dice
ma tu sei lì ad ascoltare il silenzio dal tuo cuscino d’alba
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contrazione sensoriale

è un’attenzione che non lascia vuoti quel
tuo leggero esserci come erba come nuvola
come natura intorno quando voglio amarti
in un centro non mediato delle tue geometrie, quando
fata maggiore diventi anatomia d’incanti
madre dei grani stellari sul soffitto
correzione del giusto e refuso dell’errore
frenato il flusso
spargo in cerchio le ceneri del bacio
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se gli angeli

ora che il piano si è dilatato come un’onda
-parlo dello spazio tra noi- che ne sarà delle parole appese
nate morte e d’arroganza separate dalla lingua
dall’immaturo battito cosciente solo di memorie e vuoti da riempire
non importa di cosa come se tutti i volti avessero la stessa bocca

c’è gente là fuori che necessariamente vuol dare un senso a tutto

se gli angeli smettessero di volare il cielo ci cadrebbe addosso
e nemmeno centomila seni/cariatidi reggerebbero la corsa
forse un sorriso che spazzi via le cartacce dal balcone oppure
l’ascoltarsi senza condizioni finché dura questo camminarsi dentro

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Party

dimmi, ci credi davvero che quando si spengono le sedie rimango solo
a catturare scie d’eco sopravvissute alle birre oppure
piccoli puntini impigliati nel nuotare palmipede dentro le parole
il ricorso alle frittelle copre onomatopeiche da disagio
poi tu dal bagno al letto
statica d’ogni cosa attorno acquaviva priva di zampilli
ti leggo nel mio tempo fermo prima che ti scriva
era una stagione illegale quando chiesi ai mosti di bollire
ora dimmi, ci credi davvero alle facili sovrapposizioni


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Le calme d’agosto

come facevo a capire dove fosse la luna, quale la finestra
lungo l’elusiva rappresentazione delle calme d’agosto
quando si raccolgono per difetto le intensità circolari
fra la bocca il seno e la distanza
(e se mi abbandonassi scivolando col sudore delle mani nelle polveriere delle vene
al fluire congiunto sovrapposto all’illusione che di noi fa solo un fiume non descritto)
mancherebbe certamente la misura che ci lascia distinguibili
tracce di corpi senza petali un’alfa senza seguito
di limiti presunti e mai sistemi per quanto estemporanei
sull’obliquo ascendere dei sensi
(ma un movimento impercettibile di labbra riporta i picchi e le cadute spazzando
il fermoimmagine -vedi il desiderio- dalle inferriate)
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varianti sommerse

diciamo che guidi le mani con quei piccoli gesti
che sei brezza sui rami e convoglio di fili, nodi
di transiti obliqui nell’ansa finale
controluce di pieghe alle nove di sera corrotta d’arancio
sul fisso estuario vibrante di lune

 

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